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OGGI AUDREY HEPBURN AVREBBE 80 ANNI

di Enrico Stella

Se fosse ancora tra noi, avrebbe già festeggiato i suoi ottanta anni. Audrey Hepburn, nata in Belgio nel 1929 e scomparsa prematuramente nel 1993, è viva, come mai, nel ricordo e nell’affetto di milioni di estimatori in tutto il mondo, e lo sarà sempre, anche per le future generazioni. Io l’ho amata più di ogni altra diva di Hollywood e la considero un po’ italiana, dato che la sua storia si lega in modo indissolubile alla città di Roma dove, appena ventitreenne, conquistò l’Oscar, al suo primo ruolo da protagonista, e dove abitò per alcuni anni, proprio nel mio quartiere. Oggi cerco i suoi film nelle migliori videoteche della Capitale; non tutti sono in commercio, ma, anno dopo anno, qualche nuovo dvd si aggiunge alla mia collezione: a dicembre uscirà Arianna, finora introvabile. Uno scaffale della mia biblioteca è dedicato alle pubblicazioni che la riguardano. Alla White Star va il merito di aver prodotto nel 2006 e 2007 l’edizione italiana di due bellissimi, grandi libri: il più originale (“Audrey Hepburn – Fotografie e ricordi di una vita di stile e di impegno”) reca la firma di Ellen Erwin e Jessica Z. Diamond; la biografia dell’attrice è corredata di duecento splendide foto e della riproduzione di lettere, locandine, ritagli di giornali d’epoca, pagine di copioni e di tanti altri documenti staccabili. Del 2006 è anche il volume di Donald Spoto, biografo di attori e registi famosi, pubblicato da Frassinelli, e nello stesso anno l’editrice Tea ha dato alle stampe il libro che più mi ha commosso: “Audrey Hepburn. Un’anima elegante”, scritto con amore struggente dal figlio Sean Hepburn Ferrer.

L’attrice ebbe un’infanzia difficile. Figlia della baronessa Ella van Heemstra d’Olanda e dell’inglese Joseph Hepburn-Ruston, la piccola Audrey, intelligente, ingegnosa e sensibile, soffrì moltissimo per la separazione dei genitori: il padre che essa adorava, ma che spesso sembrava ignorarla, andò via di casa quando la bambina aveva appena sei anni, mentre la madre, sicuramente protettiva, ma fredda e severa, non era capace di aperte manifestazioni di affetto e tenerezza. Poi la tragedia della guerra, con l’interminabile occupazione nazista di Arnhem, in Olanda, dove Ella e Audrey erano rifugiate. Ogni bene di famiglia fu confiscato e più tardi vennero a mancare alimentari e combustibile, sottratti dalle truppe tedesche. Finché fu possibile, Audrey frequentò la scuola e le lezioni pomeridiane di musica e danza presso il locale conservatorio, dimostrando di possedere un talento eccezionale; inoltre organizzava spettacoli clandestini, curando da sola la coreografia dei balletti per raccogliere fondi destinati alla resistenza olandese.
Il 4 maggio 1945, quando giunsero gli alleati, le sue condizioni di salute, compromesse dalla fame e dal freddo, erano allo stremo: stava davvero per non farcela!
Nel 1948 l’assegnazione di una borsa di studio permise alla ragazza di seguire a Londra un corso di danza classica nella prestigiosa scuola di Marie Rambert; allora Audrey sognava di diventare prima ballerina e si esercitava fino a notte, ai limiti della resistenza fisica. Ma la Rambert, che pure la stimava tanto, dovette disilluderla: la malnutrizione aveva influito negativamente sullo sviluppo di alcuni muscoli, e poi l’altezza di un metro e settanta era incompatibile con la statura minuta dei partner maschili di allora. Delusa e amareggiata, Audrey riuscì a farsi scritturare in una serie di varietà musicali e ottenne piccole parti in vari film inglesi. Nella primavera 1951 si trovava in Costa Azzurra, sul set di Vacanze a Montecarlo, quando fu notata dalla scrittrice francese Colette che cercava la protagonista per la versione teatrale del suo romanzo “Gigi”. A fine anno, con l’entusiasmante interpretazione di Gigi (che contò 219 repliche) Audrey Hepburn era diventata una celebrità di Broadway e il suo volto compariva su tutte le riviste americane. Eppure l’umiltà e l’insicurezza, radicate nel suo carattere, la indussero a dichiarare ai giornalisti: “devo ancora imparare a recitare!”.
Prima di questo straordinario successo, l’attrice aveva sostenuto un provino per un film programmato dalla Paramount, la cui regia era affidata a William Wyler: si trattava di Vacanze romane. La sua grazia e la spontaneità avevano incantato tutti, e il contratto era stato firmato con la clausola che le riprese sarebbero iniziate al termine delle repliche di Gigi. Il film, girato interamente a Roma nella torrida estate 1952, fu una rivelazione che andò oltre ogni aspettativa. Il protagonista maschile Gregory Peck, già affermato in una ventina di produzioni, ritenne giusto che il nome di Audrey figurasse, alla pari del suo, sopra il titolo (il contratto non lo prevedeva). Il biografo Spoto sostiene che il film sarebbe probabilmente fallito se l’interpretazione della Hepburn, nelle vesti della principessa Anna, non fosse stata così credibile, colorata, spiritosa e intensa: “un ritratto pieno di sfumature, senza una sola mossa falsa o una battuta sbagliata”. L’assegnazione dell’Oscar alla giovanissima, nuova stella del cinema ne fu la conferma.
Dopo Vacanze romane, Audrey, ormai contesa dai produttori, interpretò altri diciannove film (ventotto con i precedenti, di cui quattro girati a Cinecittà), e collezionò innumerevoli premi e riconoscimenti. Diretta da grandi registi, come William Wyler, Billy Wilder, King Vidor, Stanley Donen, Fred Zinnemann, George Cukor, fu affiancata da attori del calibro di Humphrey Bogart, William Holden, Henry Fonda, Cary Grant, Gary Cooper, Maurice Chevalier, Sean Connery… L’unico partner scelto da lei fu Fred Astaire, per Cenerentola a Parigi (Funny Face). Questo musical romantico probabilmente la divertì di più perché potè scatenarsi nella danza con il più fantastico ballerino di Hollywood. E Fred lo ricordò nelle sue memorie: “Mi è piaciuto moltissimo, adoravo Audrey. Oh Dio, era una delle persone più piacevoli che avessi mai incontrato… Era brava. Era molto brava.”
Audrey non aveva frequentato scuole di recitazione e, come scrisse Billy Wilder, possedeva innate le qualità dell’attrice e non era mai forzata, ma spontanea, vivace e naturale. Con voce deliziosa cantò in vari film: oltre alla performance di Funny Face, ricordo la sommessa interpretazione di “La vie en rose” in Sabrina e l’indimenticabile “Moon River” in Colazione da Tiffany, scritta da Henry Mancini, compositore di altre due bellissime colonne sonore (Sciarada e Due per la strada), ispirate dalla personalità davvero unica della Hepburn. Parlando di lei, Mancini disse: “Conoscevo bene il tono della sua voce, e sapevo che avrebbe funzionato a meraviglia per Moon River, di cui furono poi arrangiate più di mille versioni, ma la sua è senza dubbio la migliore.”
Audrey si documentava scrupolosamente sui personaggi da interpretare. Nel 1958, quando Zinnemann la scelse come protagonista di Storia di una monaca (film ispirato a una vicenda realmente vissuta), volle frequentare la vera Suor Lucia, e alloggiò per qualche tempo nel convento francese delle Oblate dell’Assunzione, osservando ogni dettaglio della loro vita quotidiana. Visitò poi una colonia di lebbrosi nel Congo e prese confidenza con gli strumenti chirurgici da impiegare nella finzione scenica. Le critiche furono entusiaste. Il New York Times definì l’attrice “naturale e luminosa nella parte della suora”. La rivista Films in Review dichiarò: “Miss Hepburn rivela un tipo di talento interpretativo in grado di esprimere sentimenti interiori profondi e complessi…Il suo ritratto di Suor Lucia è una delle più grandi interpretazioni apparse sullo schermo.” Nel film il volto dell’attrice, con i grandi, intensi occhi scuri, questa volta privi di trucco, è di una bellezza pura, che commuove. Non per nulla, nel 2004, una giuria internazionale proclamò Audrey “la più bella al naturale di tutti i tempi”, selezionata tra cento avvenenti donne famose.
Lo stilista parigino Hubert de Givenchy, che le fu devoto amico per tutta la vita, trovò in lei una musa ineguagliabile e disegnò i costumi per almeno cinque dei suoi film. Le idee di eleganza, semplicità e linearità di Audrey, condivise e tradotte in pratica da Givenchy, rappresentano ancora oggi una regola essenziale nel mondo della moda; anche per questo la Hepburn è ricordata all’unisono come icona dello stile. Essa migliorava sempre con un piccolo dettaglio personale gli abiti disegnati per lei.
La vita intima dell’attrice fu spesso segnata dal dolore e dalla tristezza, non solo per l’assenza del padre (poi ritrovato), ma per i due matrimoni falliti e per una serie di aborti spontanei. Quando finalmente, nel 1960, nacque Sean, avuto con il primo marito Mel Ferrer, stentava a credere di essere diventata madre: “In un primo momento non riuscivo a pensare che fosse davvero per me, e che potevo veramente tenerlo”. Per amore del bambino, tanto a lungo desiderato, Audrey rinunziò per molti anni al cinema. Anche durante la crescita di Luca, nato dal matrimonio con il medico romano Andrea Dotti, preferì fare la mamma a tempo pieno: “La miglior cosa a cui aggrapparsi nella vita è la famiglia”. Memore di quanto aveva sofferto da piccola, dopo aver divorziato volle fortemente che ognuno dei due figli continuasse a mantenere normali rapporti con il proprio genitore.
Nel 1988, quasi sessantenne, scoprì che grazie alla celebrità conquistata avrebbe potuto contribuire a proteggere e aiutare i bambini dei paesi più poveri, e accettò con entusiasmo l’invito a diventare Ambasciatrice dell’Unicef. Così negli ultimi cinque anni, affiancata dal compagno Robert Wolders che ne condivideva gli ideali, dedicò tutte le sue energie a questa missione umanitaria. La sua opera intelligente e preziosa fu fermata soltanto dalla malattia, diagnosticata troppo tardi, quando ormai era incurabile. Nel 1994, dopo la sua scomparsa, i figli Sean e Luca, assieme a Wolders, hanno creato l’ “Audrey Hepburn Children’s Fund”; uno dei programmi, All Children in School, mira a garantire un’educazione di base e di qualità a centoventi milioni di bambini nel mondo.
Audrey fu una stella ignara del proprio splendore, tanto che attribuiva il merito di ogni successo al sostegno delle persone che la circondavano. Secondo la testimonianza di Gregory Peck, non conosceva meschinità o cattiveria, emergendo al di sopra di tutti in un ambiente in cui tradimento, avidità e pettegolezzi erano di casa. Barry Paris, uno dei suoi migliori biografi, scrisse: “Sotto quella superficie gentile e umana c’erano altri strati di gentilezza e umanità, fino in fondo”. Non si poteva non volerle bene.

Per informazioni su “Audrey Hepburn Children’s Fund”: 710 Wilshire Blvd., Suite 600, Santa Monica, CA90401 - Tel. 1-310-393-5331.
www.audreyhepburn.com

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Posted on 20 Nov 2009 by elettra
 
 
 
 
 

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