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FERNANDO ARMATI E ALBERTO ANCILOTTO

 - PIONIERI DEL CINEMA SCIENTIFICO ITALIANO -
 
di Enrico Stella

 
All’inizio degli anni cinquanta i documentari naturalistici erano ancora un’assoluta rarità, e quando ne scoprivo uno al cinema, me ne godevo la visione, due o tre volte. Si trattava allora di produzioni americane, con la Walt Disney in prima linea: indimenticabili, tra gli altri, i lungometraggi “Deserto che vive” (1953) e “Il Leone africano” (1955).
Nell’agosto 1957 fui piacevolmente sorpreso da una notizia: la Targa d’oro del David di Donatello era stata assegnata al conte Alberto Ancilotto, ideatore e regista del documentario L’incanto della foresta. Tra i nomi degli artefici della fotografia di questo piccolo capolavoro, destinato al successo internazionale, leggevo, per la prima volta, quello di Fernando Armati. Ricordo la mia emozione di fronte alla sequenza della libellula, ancora “in fasce”, che emergeva nottetempo dalle acque di uno stagno per tramutarsi in  leggiadro insetto alato. La trama del film era semplice, ma geniale: l’orsetto Pikisò abbandona la famiglia, in cerca del segreto per diventare grande. Nel suo vagabondaggio incontra un’infinità di meravigliosi animali, ospiti della foresta, e gli insetti lo incantano con le loro prodigiose trasformazioni, come il bruco che diventa farfalla.
Il mio “gioco” preferito, da bambino cresciuto durante la seconda guerra mondiale, era stato quello di allevare i bruchi che abbondavano nelle campagne, alle pendici dell’Etna, dove eravamo sfollati. L’osservazione di tante metamorfosi mi aveva insegnato a prevedere con estrema esattezza i tempi di ogni evento biologico, dalla schiusa dell’uovo al momento in cui la farfalla abbandona la veste crisalidale. Guardando il film di Ancilotto e Armati, accarezzai l’idea di poter collaborare con loro, mettendo a disposizione la mia peculiare esperienza; ma allora mi sembrava soltanto un sogno, tanto più che in quel periodo ero impegnato con gli ultimi esami universitari e con la tesi di laurea.
Trascorsero cinque anni e, quando meno me l’aspettavo, mi telefonò Sergio Beer, professore di Entomologia all’Università di Roma: i due documentaristi stavano girando il cortometraggio La metamorfosi dei Lepidotteri e volevano inserire alcune sequenze sulla biologia della Jasio, una delle più ricercate farfalle del litorale tirrenico.
Per una fortunata coincidenza, io, reduce da una missione in Toscana, ne avevo un centinaio in allevamento! Armati abitava a Roma, in un quartiere confinante col mio, e venne subito a trovarmi, mentre Ancilotto, che viveva a Crocetta del Montello (Treviso), non tardò a fare un salto nella Capitale. Ci mettemmo subito al lavoro. In casa di Armati (“Nando”, per gli amici) era sistemato il teatro di posa con lo sfondo di una finestra aperta sul giardino. Indicai l’ora esatta in cui sarebbe schiusa la farfalla, evitando finalmente le consuete, lunghe attese dietro la cinepresa. Per Armati, che fino ad allora, aspettando eventi analoghi, aveva sacrificato più di un appuntamento con la fidanzata (oggi moglie e preziosa collaboratrice) era un miracolo!  “La metamorfosi dei Lepidotteri” fu premiato al Festival del Film didattico di Vicenza (1963) e poi a Bucarest, al XIX Congresso dell’Associazione Internazionale di Cinematografia Scientifica. La carriera dei due pionieri e maestri del documentario naturalistico moderno è costellata, fin dagli esordi, di ambiti premi e riconoscimenti in Italia e all’estero. Già nel 1951 Ancilotto aveva vinto alla Mostra  del  Cinema di Venezia, nella sezione Documentari, meritando la Nomination all’Oscar.



L’affiatata coppia di cineasti si era anche sbizzarrita in utilissime invenzioni tecniche.
Il conte, osservando i piccoli protagonisti dei suoi film e la loro affascinante biologia, se ne era innamorato, tanto da pubblicare nel 1970 un volume fotografico sui bruchi (375 foto a colori). Poi, nell’ultima fase della sua vita, conclusa prematuramente nel 1971, si dedicò al progetto di un atlante delle farfalle italiane e, poco prima di lasciarci, mi inviò il piano dell’opera con due tavole di prova; la malattia non ne aveva spento l’entusiasmo.
Trent’anni dopo, Ancilotto documentarista è stato amorevolmente studiato da Anna Osellame che gli ha ha dedicato la sua tesi di laurea in Scienze dello Spettacolo presso la facoltà di lettere e filosofia Ca’ Foscari Venezia. Dal 2006 la stessa Osellame si è impegnata nel recupero e restauro delle pellicole originali di Alberto e ha curato numerose rassegne della sua opera. In questa appassionata impresa Armati è stato per lei un prezioso testimone e punto di riferimento.
Prima di conoscere Ancilotto, Nando, studente in medicina, portava la cinepresa in sala operatoria e riusciva a presentare il suo primo documentario al famoso chirurgo Raffaele Paolucci di Valmaggiore. Collaborando poi con i professori Alberto Stefanelli e Michele Virno della stessa università di Roma, aveva imparato alcune tecniche di laboratorio, come le culture di tessuti in vitro, con relative riprese al microscopio. Con il premio Nobel Daniel Bovet aveva realizzato un cortometraggio sulla cloropromazina, un potente ansiolitico impiegato su pazienti psichiatrici. Più tardi, grazie alla preparazione in campo sanitario, aveva prodotto una serie di corti didattici per la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici. Altri suoi film, richiesti dalla Rai, costituivano un valido supporto per gli studenti delle scuole. Nel frattempo era nato lo Studio di Cinematografia Scientifica Armati, dotato delle migliori attrezzature, ma anche di speciali marchingegni  unici, “fatti in casa”.


Per illustrare l’opera di Fernando occorrerebbe un grande volume che racconti dei suoi viaggi e documentari realizzati in terre lontane, tra aborigeni minacciati di estinzione, o in preziosi ambienti naturali, oggi quasi scomparsi, ma in un articolo non posso che rievocare qualche esperienza vissuta insieme nel suo laboratorio, rivelandone segreti e curiosità.
All’inizio proposi ad Armati la ripresa del ciclo vitale delle zanzare. Ma c’era un grosso problema: le pellicole di quei tempi erano poco sensibili e l’illuminazione dei normali riflettori avrebbe cotto istantaneamente i fragilissimi insetti. Dopo ripetute prove, Nando trovò la soluzione giusta, impiegando i raggi luminosi di un proiettore di diapositive, già raffreddati da una ventola, e poi filtrati attraverso una boccia di vetro, colma d’acqua fresca. Più tardi vennero messe in commercio le lampade a fibre ottiche che gli permisero di concentrare la luce, relativamente fredda, sui delicati organismi, senza danneggiarli.
Lo spettatore deve avere sempre la sensazione che l’evento biologico si svolga nell’ambiente naturale. Pertanto i campi lunghi vengono girati all’aperto: nel caso della zanzara va bene uno stagno, circondato da piante palustri. Per le riprese in dettaglio, che richiedono una precisione millimetrica, è necessario, invece, lavorare in studio dove l’insetto si trova in uno spazio limitato, in condizioni di maggiore stabilità. Quando in  televisione apparvero le nostre zanzare nel momento cruciale del passaggio alla vita aerea,  la  scena  sembrava  ambientata  in un’immensa palude, mentre in realtà tutto era accaduto in un vetrino di orologio, in pochi centimetri cubici di acqua.
Le   cavallette depongono le uova profondamente nel terreno, rendendole invisibili all’ esterno. La mia esperienza, sommata  all’ inventiva di Armati e del figlio Ernesto, anche lui documentarista di eccezionale valore, ci permise di cogliere il momento preciso in cui le neonate emergevano dal nido sotterraneo. Sul terriccio sabbioso che occultava le uova Ernesto adagiò due sottili elementi metallici, sensibilissimi alla più lieve pressione, collegati a un relè. Nell’istante in cui la prima minuscola cavalletta cominciò a sollevare i granelli di sabbia, si stabilì il contatto elettrico, necessario a far scattare un allarme acustico e luminoso. E la ripresa fu assicurata, al momento giusto, di notte, senza costringere l’operatore a una lunga, estenuante veglia.
Nel 1976 Armati, ideatore e regista del programma Osserviamo la vita, mi convinse a fare schiudere “per appuntamento” le bellissime farfalle Jasio davanti alle telecamere del Centro di Produzione Rai-Tv di Torino, in presenza di alcuni giovani studenti. Interpretando le progressive variazioni cromatiche delle crisalidi, e con un opportuno dosaggio della temperatura, riuscii a farne sfarfallare una dozzina, entro la mezz’ora di cui disponevo. Era la prima volta che ciò  accadeva in uno studio televisivo e i giornali diedero risalto a un evento che aveva emozionato  anche i cameramen.
Intanto il progresso tecnologico nel campo dell’elettronica aveva permesso la diffusione di strumenti di registrazione digitale di ottima qualità e di facile impiego, tanto da agevolare notevolmente il nostro compito.
Piero Angela, dichiarato estimatore di Armati, gli commissionò più volte documentari sugli insetti per Quark, mentre Marco Visalberghi ci coinvolse in un’altra prestigiosa serie televisiva di Rai Uno, Pan, storie naturali (1985), in cui fu concesso ampio spazio agli animaletti a sei zampe, ormai accettati da un pubblico sempre più numeroso.
Scrivere i testi per ogni nostro lavoro e comporre titoli di effetto, anche un po’ stravaganti, mi divertiva molto.
Oggi Fernando Armati, ottuagenario dalla lunga barba darwiniana, è ancora prodigo di idee e si propone di selezionare alcuni tra i brani più significativi dei suoi filmati per produrre una video-antologia sulla vita animale e vegetale: un’opera scientifica, ma anche poetica, commentata soltanto dalla musica di un grande compositore. 

Le foto:
1. Fernando Armati
2. Alberto Ancilotto col leopardo Giacomi
3. “L’incanto della foresta”: locandina
4. Armati e Anna Osellame ricordano Ancilotto
5. Una recente immagine di Armati

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Posted on 07 Jan 2013 by elettra
 
 
 
 
 

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