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TELEVISIONE: RAI UNO PRESENTA “QUARK ATLANTE”



- GLI ORANGHI, TRA I PROTAGONISTI PRIVILEGIATI -

di Enrico Stella


Per tutto il periodo estivo, ogni sabato mattina, alle 9,05, potremo assistere su Rai Uno ad una serie di prestigiosi documentari naturalistici: il programma è Quark Atlante – Immagini dal pianeta. Un posto di primo piano è riservato ai Primati: con questo nome, nella scala zoologica vengono classificate le Scimmie. La stagione è stata inaugurata con il documentario “Orango, rischio fatale”, girato a Ketapang (Kalimantan occidentale) nel Borneo indonesiano. Per comprendere bene la storia narrata nel filmato, devo premettere che di questa bellissima scimmia ominide, con cui condividiamo il 97% del DNA, esistono due specie: l’Orango di Sumatra (Pongo abelii) e l’Orango del Borneo (Pongo pygmaeus), entrambe in pericolo di estinzione, tanto da figurare nella Lista Rossa dell’IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura). Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia, da me intervistato, ci informa che la prima specie ha una consistenza numerica stimata in appena 6.600 individui con 13 popolazioni che si trovano in 21 aree di foresta, ancora abbastanza intatte, solo nel nord di Sumatra.




Dell’Orango di Borneo si stimano circa 54.000 individui, diffusi in varie aree forestali dell’isola che sta subendo da decenni una continua, significativa deforestazione.
Si calcola che la popolazione complessiva si sia dimezzata negli ultimi 60 anni! Si ritiene inoltre che un secolo fa fossero presenti circa 230.000 oranghi. Queste tranquille e innocue scimmie dal mantello rossiccio sono squisitamente arboricole e, nonostante la mole (i maschi possono pesare un quintale ed oltre) si muovono, passando da un ramo all’altro, con l’eleganza e la leggerezza di abili trapezisti; l’apertura delle braccia può arrivare a due metri e mezzo. La loro riproduzione è lenta: in media una femmina partorisce un solo piccolo, ogni sette, otto anni.
La preoccupante riduzione numerica è dovuta essenzialmente alla progressiva scomparsa del loro ambiente naturale. Fino a qualche tempo fa si abbattevano gli alberi per utilizzarne il legno, ma oggi le grandi foreste pluviali indonesiane vengono addirittura incendiate per far posto a piantagioni di palma da olio.
La cultura di queste palme, il cui incremento sembra inarrestabile, sta causando incalcolabili danni ambientali.
Un’altra piaga, universalmente diffusa, è il bracconaggio: si uccidono le femmine di orango allo scopo di impossessarsi dei loro cuccioli che sono venduti come animali da compagnia, destinati fatalmente ad ammalarsi e morire.




Il documentario presentato da Quark Atlante è dedicato al salvataggio e alla riabilitazione, lunga e paziente, di diecine di piccoli orfani, fino a sessanta: è una vera scuola materna in cui vengono insegnate le regole della foresta, essenziali per la sopravvivenza.
Direttrice del progetto è la veterinaria spagnola Karmele Llano Sanchez, coadiuvata da un’agguerrita squadra di colleghi, soprattutto donne, e da uno staff appassionato di assistenti e volontari. Una di loro dichiara: “se la sera mi trovo coperta di escrementi e sudore, so di avere trascorso una buona giornata!” Tutti gli oranghi appena arrivati (perlopiù provenienti da sequestri) sono tenuti in quarantena e sottoposti a visite mediche, analisi cliniche e radiografie per evitare la diffusione di malattie infettive, come la tubercolosi.
Quando hanno superato tale periodo, ogni mattina i gruppi di baby orangutan vengono trasportati nella vicina area forestale protetta. Durante le prime lezioni devono imparare ad arrampicarsi sugli alberi; a questo scopo possono essere impiegate speciali leccornie, o fichi, durian, banane e altri frutti, posti tra i rami. Il loro regime dietetico è vegetariano.
In natura, quando tutto va bene, i giovani oranghi rimangono con le genitrici fino a sei - otto anni di età: hanno tanto da apprendere, e le femmine, assistendo alla nascita di qualche fratellino, si preparano al loro futuro ruolo di madri, ma nella scuola di Karmele Sanchez non è possibile fare questa esperienza. Una tecnica che si tramanda da una generazione all’altra è quella della costruzione di giacigli per trascorrervi la notte: ogni sera gli adulti, già esperti, intrecciano rami flessibili, in alto sugli alberi, e si addormentano su queste piattaforme aeree. Alcuni allievi, ormai grandicelli, riescono a preparare istintivamente un giaciglio notturno, senza l’aiuto di istruttori.
Di solito occorrono almeno quattro anni di scuola prima che i giovani Pongo siano in grado di orientarsi perfettamente e procacciarsi il cibo da soli: allora possono essere liberati nella foresta protetta. Individui cresciuti insieme continuano spesso a rimanere vicini: potranno formarsi facilmente gruppi di femmine, mentre i maschi, diventando adulti, condurranno vita solitaria e difenderanno un proprio territorio. L’incontro dei due sessi è limitato generalmente all’accoppiamento. Il maschio ha un aspetto imponente, reso ancor più vistoso da rigonfiamenti cutanei ai lati del viso.




Il primo Centro di riabilitazione di oranghi orfani è quello di Sepilok, nel Borneo malese, a pochi chilometri da Sandakan, fondato all’inizio degli anni sessanta; attualmente occupa un’area di circa 43 Kmq di una grande riserva naturale. I turisti sono ammessi a visitarlo all’ora dei pasti, percorrendo una lunga passerella di legno in mezzo alla foresta: un’esperienza davvero unica! Ma non devono avere contatti con gli animali per non rischiare di trasmettere agenti di malattia: anche il virus del raffreddore può essere pericoloso.
Le tante iniziative di salvataggio delle due specie di Pongo richiedono notevoli sforzi economici; chiunque di noi può contribuire con l’adozione a distanza di un orfano. Per informazioni: https://www.orangutan-appeal.org.uk
Gli oranghi compaiono anche in un successivo documentario di Quark Atlante, “Il pianeta dei Primati: una strana famiglia”. Durante una delle sue spedizioni in Indonesia, lo zoologo George Mc Davin (Università di Oxford) scopre un comportamento sorprendente: alcuni orangutan adulti, assolutamente liberi, vivono sulle rive di un fiume, a stretto contatto con gli uomini e, osservandoli, hanno imparato ad imitarne le azioni quotidiane; così si versano addosso l’acqua con una bacinella, si insaponano e si lavano con estrema cura; altri cercano di guidare una barca; e c’è chi si cimenta a scarabocchiare i quaderni con una matita, o a segare un pezzo di legno. Sono animali molto intelligenti e si può riuscire a comunicare con loro adottando il linguaggio dei segni. Purtroppo questi nostri affascinanti cugini non possono articolare le parole, ma emettono vari suoni, più marcati nei maschi.



Io ho avuto la fortuna di seguire tre generazioni di oranghi al Giardino Zoologico di Roma. Ero ancora studente liceale quando, il 28 aprile 1950, giunse la giovanissima Sora Tuta, uno dei primi animali da me fotografati. Trascorsero sei anni prima che le si potesse dare un compagno, Carlo. La nascita della loro figlia Petronilla, il 21 maggio 1970, colse tutti di sorpresa: il pancione rotondo di Tuta, per natura simile ad un otre, aveva mantenuto il segreto, occultando per quasi nove mesi la presenza di una nuova vita. Poiché la madre non mostrava di interessarsi alla neonata, venne studiata la composizione di un latte artificiale. I primi giorni si rivelarono difficili: Petronilla non riusciva a prendere confidenza con il biberon e succhiava a stento da 5 a 15 grammi di latte per poppata. Si pose intanto il problema dell’allattamento nelle ore notturne e fu a questo punto che Guendalina Pratesi, nota per la sua attività zoofila anche in seno al WWF, si offerse di ospitare la neonata in casa propria, con la collaborazione di Francesco Baschieri Salvadori, biologo dello Zoo. Il 21 giugno l’oranghina poppava già i suoi cinque biberon quotidiani, contenenti ciascuno 95 grammi di latte. Anch’io, conquistata la fiducia della piccola, mi trovai più volte a nutrirla. Al compimento del terzo mese, le singole razioni avevano raggiunto i 130 grammi e il peso di Petronilla superava i tre chili. In quel periodo “Miss Petri” fu condotta al mare e divenne il personaggio più popolare di Fregene. Un giorno, mentre lei dormiva, fu legato ad una sbarra del box uno di quei palloncini colorati che, per essere più leggeri dell’aria, tendono a sfuggire. Quando, svegliatasi, ne avvertì la presenza, cominciò a gridare, terrorizzata, coprendosi il capo con le mani e cercando rifugio nella cuccetta. Evidentemente l’oggetto sospeso in aria aveva suscitato in lei l’atavica paura degli uccelli rapaci che, piombando dall’alto, aggrediscono le piccole scimmie indifese, portandole via.
Petronilla è vissuta 46 anni: quasi un record per un orango, e ha lasciato due figlie, Zoe e Martina, ancora oggi beniamine del pubblico che frequenta il Bioparco della Capitale.
Ma sarebbe davvero un’immane sciagura se tra qualche decennio i pacifici Pongo esistessero soltanto negli zoo, o in televisione, nei documentari della BBC.

Foto: Miss Petri si serve da sé; Un gruppo di orfani avviati alla scuola materna; Karmele Llano Sanchez dirige il progetto di Ketapang; Buona lettura, Petronilla!; Martina si lascia coccolare da Enrico Stella; Enrico Stella conquista la fiducia dell’oranghina; Che fame, Petronilla!; Carlo, il pater familias dello Zoo di Roma.

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Posted on 20 Jul 2016 by elettra
 
 
 
 
 

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