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“WILD ITALY”, NUOVA SERIE TELEVISIVA SU RAI 5




- ZANZARE E MALARIA IN UN FILM DI FRANCESCO PETRETTI -

di Enrico Stella


Se amate i documentari naturalistici, sintonizzatevi su RAI 5, alle 21,15 della domenica.
Da alcune settimane va in onda la serie “Wild Italy”, scritta e diretta da Francesco Petretti e prodotta da Diomedea Studium, in collaborazione con la stessa RAI 5. La serie, assolutamente italiana, piacerà al ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, promotore di un decreto legislativo che intende raddoppiare gli investimenti e la programmazione di opere audiovisive nazionali ed europee da parte delle nostre emittenti televisive.



Petretti è un notissimo biologo, scrittore, disegnatore e regista, con un’autentica passione per la divulgazione scientifica; nei nuovi documentari domenicali ci presenta soprattutto gli animali selvatici che si sono adattati a vivere vicino all’uomo: cinghiali, daini, cervi e volpi che assediano le città e penetrano perfino nelle metropoli; nutrie accusate di demolire gli argini dei fiumi; uccelli che devastano raccolti e riserve di pesca; insetti, vettori di malattie.
Un’intera puntata, tra le più interessanti, è dedicata alle zanzare e alla trasmissione della malaria. L’umanità - si chiede Petretti - sarebbe stata la stessa senza le zanzare? Sicuramente no! Questi ditteri (famiglia Culicidi) fin da tempi remoti hanno influito in modo drammatico sulla storia dell’uomo, diffondendo il microrganismo che provoca la malaria. Per sfuggire alla malattia gli uomini hanno abbandonato determinati luoghi e hanno creato nuovi insediamenti in zone non infestate dall’insetto vettore.
Tra le personalità importanti della storia e della cultura, uccise dal plasmodio (il protozoo parassita trasmesso dalla zanzara Anofele) si citano l’imperatore Carlo V d’Asburgo, il celebre filosofo tedesco Friedrich Hegel, il nostro Dante Alighieri che contrasse la malattia attraversando la zona paludosa delle Valli di Comacchio, mentre si recava a Ravenna.
Fra le vittime dei nostri giorni (1959) non si può non ricordare Fausto Coppi che subì in Africa, nell’Alto Volta, la puntura fatale.
La Storia ci insegna che in passato la malaria ha determinato l’esito di alcune battaglie, decimando gli eserciti.
Per fare un esempio, ricordo che fu quasi certamente un’epidemia malarica a falcidiare l’esercito di Federico I Barbarossa, che nell’estate 1167, accampato sotto le mura Aureliane, assediava Roma. Le cronache riferiscono che la parassitosi uccise complessivamente novemila soldati, costringendo Barbarossa a tornare in Germania.
Come entomologo e parassitologo, anch’io ho avuto incontri ravvicinati e…confidenziali con le zanzare, ma le mie “amiche” non erano pericolose perché allevate e riprodotte in laboratorio da molte generazioni.
Per realizzare le fotografie che illustrano questo articolo ho dovuto sottopormi a ripetute punture, ma, per fortuna, le reazioni della mia pelle sono state davvero minime.
Considero la zanzara un insettino elegante: il corpo snello è sorretto da tre paia di gracilissime zampe e, come tutti i ditteri, porta soltanto due ali che hanno forma stretta e oblunga. Il capo è sferoidale, con grandi occhi composti e antenne esili: quelle del maschio sembrano due pennacchi perché hanno peli folti e lunghi. L’apparato boccale, temuto strumento di raffinata tortura, è costituito dalla proboscide, organo pungente succhiatore, più robusto nella femmina, dato che soltanto questa deve perforare la pelle degli animali (uomo compreso) per succhiarne il sangue, le cui proteine sono necessarie alla maturazione delle uova. Insomma la proboscide delle femmine funziona come un ago ipodermico per il prelievo ematico dai capillari cutanei, mentre inietta una saliva anticoagulante. Per i maschi, assolutamente innocui, è sufficiente nutrirsi del nettare dei fiori e di altri liquidi vegetali.
Dopo l’accoppiamento e il pasto di sangue, le femmine ricercano una raccolta d’acqua per deporre le uova. Le larve, come si osserva bene nel documentario di Petretti, hanno capo globoso con speciali ciuffi di setole (spazzole boccali) poste lungo il labbro superiore e animate da movimenti oscillatori che convogliano verso l’apertura orale il cibo: alghe microscopiche, batteri, altri organismi invisibili a occhio nudo e minutissime particelle di sostanze vegetali o animali. Pur vivendo nell’elemento liquido, le larve captano l’aria atmosferica mediante un sifone posto all’estremità posteriore; quelle di anofele invece si dispongono parallelamente alla superficie dell’acqua e lasciano affiorare una coppia di orifizi respiratori dorsali. D’estate si sviluppano entro una o due settimane, per trasformarsi in pupe; queste hanno la forma di una virgola e captano l’aria usando due organi foggiati a trombetta. Le pupe non si nutrono; si spostano con rapidi scatti dell’addome, aiutate da due timoni posteriori. La metamorfosi in zanzara adulta si compie entro un paio di giorni.



In Italia esistono più di 60 specie di Culicidi, ma quelli che tutti conosciamo, perché li incontriamo più spesso, sono due: la zanzara comune (Culex pipiens) e la famigerata zanzara tigre (Aedes albopictus); quest’ultima è originaria del sud-est asiatico dove si sviluppa soprattutto nelle raccolte d’acqua piovana delle cavità degli alberi e in altri ricoveri naturali. Ha cominciato a invadere l’Italia nel 1990: la sua diffusione mondiale è dovuta al trasporto intercontinentale delle uova all’interno di pneumatici usati, già esposti alla pioggia. Infatti la zanzara depone le uova nei copertoni, anche se contengono appena un velo d’acqua. Le larve possono svilupparsi in altre raccolte idriche esigue, come lattine e barattoli abbandonati, bottiglie, sottovasi, secchi, annaffiatoi, bidoni, tombini, grondaie…
L’Italia ospita anche varie specie di Anopheles, ma fortunatamente il parassita malarico proveniente dall’Africa e da altri paesi non riesce a svilupparsi nelle nostre zanzare.



La malaria è una delle prime cause di mortalità nelle regioni tropicali e subtropicali: la più colpita è l’Africa sub-sahariana dove la zanzara vettrice, altamente specializzata, è Anopheles gambiae; il morbo infierisce anche in Madagascar, nell’America centrale e meridionale, in parte del continente asiatico, in Indonesia, in alcune isole del Pacifico. Complessivamente in un anno i casi di malattia possono ammontare a mezzo miliardo, con quasi due milioni di decessi (soprattutto bambini al di sotto dei cinque anni) e moltissimi aborti. Nei globuli rossi dei malati, dopo un certo numero di moltiplicazioni asessuate, alcuni parassiti si trasformano in elementi sessuati (cioè maschili e femminili): sono proprio questi che, succhiati dalla zanzara anofele, riusciranno a riprodursi nell’intestino dell’insetto per passare successivamente nelle sue ghiandole salivari. Al momento della puntura l’anofele inoculerà con la saliva i parassiti all’uomo nel cui organismo riprenderanno il ciclo sessuato.
Il nostro è stato un paese malarico fino agli anni ‘50; le aree più colpite erano quelle del Delta del Po, la Maremma Toscana, l’Agro Pontino, il Tavoliere di Foggia in Puglia, la regione di Metaponto in Basilicata e gran parte della Sardegna. Le imponenti opere di bonifica, l’introduzione della gambusia, un piccolo pesce americano, accanito divoratore di larve di zanzara, e l’avvento del DDT hanno dato il colpo di grazia all’endemia malarica in Italia, ma gli effetti sull’ambiente sono stati negativi. Infatti i luoghi umidi, in assenza di malaria, costituiscono un habitat ideale per tante forme di vita, mentre le aggressive gambusie distruggono senza distinzione ogni animaletto che incontrano. Il DDT è stato messo al bando perché persiste all’infinito senza degradarsi e, impiegato inopportunamente in agricoltura, è entrato nella catena alimentare.
Nel documentario di Wild Italy, Petretti ci illustra il suggestivo mondo sommerso di un fontanile (abbeveratoio per il bestiame allevato allo stato brado) che, se non viene svuotato e disinfestato, assume un valore naturalistico eccezionale, diventando un prezioso scrigno di biodiversità. Qui le larve di zanzare trovano un ambiente perfetto per lo sviluppo, ma vengono decimate da molti nemici naturali. Adagiato sul fondo, immobile e mimetizzato, le attende un mostro: la ninfa (stadio giovanile) della libellula: all’improvviso, con uno scatto fulmineo, il suo labbro inferiore, trasformato in una pinza a braccio snodabile, si allunga per attanagliare la vittima capitata a tiro. Quando salgono in superficie per respirare vengono ghermite da un altro vorace predatore: la notonetta, una cimice acquatica che nuota capovolta e, prima di ingerirle, le riduce in un brodo facilmente assimilabile. Anche le idre, parenti delle meduse, afferrano con i tentacoli le larve neonate di zanzara. Tra gli anfibi, i tritoni ne fanno scorpacciate; così su cento individui soltanto dieci diverranno insetti alati.
Le zanzare adulte sono vittime di altri predatori; rospi, rane e raganelle, quando se le trovano a portata di lingua, non se le lasciano scappare, e la sera anche i gechi le attendono vicino a una fonte di luce artificiale. Ma le grandi stragi di culicidi avvengono più in alto, ad opera di libellule dal volo veloce e acrobatico, e di uccelli insaziabili, come rondini, balestrucci e rondoni.
I Chirotteri, cioè i pipistrelli, hanno un ruolo importantissimo nella distruzione delle zanzare: alcune specie possono mangiarne fino a duemila in una notte. Rimpiango lo spettacolo dei loro voli crepuscolari in città, nel lontano periodo della mia infanzia, a Catania. Questi animali sono gli unici mammiferi in grado di volare e fin dal 1939 sono protetti da una legge sulla caccia, che ne vieta l’uccisione e la detenzione. Oggi si cerca di favorirne il ripopolamento, anche in aree urbane, con l’installazione di cassette di legno grezzo, note con il nome di “bat box”: un comodo rifugio da appendere su una parete esterna della casa, o direttamente su un albero del nostro giardino.

Nelle foto dall'alto: Larve di anofele: assumono l’aria atmosferica con due orifizi dorsali; La veloce libellula è predatrice di culicidi in volo; Pipistrello. Alcune specie sono a rischio di estinzione; Bat box: un accogliente rifugio a disposizione dei pipistrelli; Maschio di zanzara tigre con antenne a pennacchio; Le pupe di zanzara lasciano affiorare due trombette respiratorie; Femmina di zanzara comune (Culex pipiens); Anche le zanzare fanno parte del menu dei gechi. FOTO © Enrico Stella

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Posted on 10 Oct 2017 by elettra
 
 
 
 
 

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