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SU YOU TUBE: “LA MAGIA DELLA SFINGE”





- STORIA NATURALE DI UN’ AFFASCINANTE FALENA -

di Enrico Stella


Il titolo potrebbe far pensare a un avventuroso film di Indiana Jones, o ai segreti e misteri delle Piramidi d’Egitto. Nulla di tutto questo: La magia della Sfinge che ho appena postato su You Tube è un documentario dedicato a una bellissima falena dalle ali vellutate e al suo ciclo vitale con una serie di spettacolari trasformazioni.
La storia non è meno affascinante delle avventure interpretate da Harrison Ford ed è iniziata in un lontanissimo pomeriggio del 1940, quando avevo appena sei anni.
Con genitori e nonni mi trovavo a Zafferana Etnea, un tranquillo luogo di villeggiatura, in provincia di Catania, a metà strada tra mare e montagna (574 metri di altezza), sulle pendici orientali dell’Etna. Una delle mete preferite per le nostre passeggiate pomeridiane era il Bosco Nicolosi, noto ai botanici per la straordinaria varietà della flora.



Quel pomeriggio, rimasto indelebilmente impresso nella mia memoria, mi trovavo al limitare del bosco, assieme a mio padre e al nonno. Per caso, il mio sguardo si posò su un arbusto con foglie lanceolate, di un bel verde azzurro, che nel gergo dialettale etneo è chiamato “carramuni” o “unchia-manu” (cioè, gonfia mani) e che in verità è un’euforbia (Euphorbia characias) dal latice tossico e irritante. Su quella pianta scorsi cinque grossi bruchi dalla sontuosa livrea, colorata di rosso vermiglio e giallo zolfo, con due serie laterali di disegni a forma di otto, di un bianco purissimo, cerchiato di nero. Rimasi un po’ titubante dinanzi a quelle grandi larve, tanto più che presentavano sul dorso, posteriormente, un cornetto appuntito ed io non sapevo se si trattasse di un aculeo velenoso. Ma il nonno mi rassicurò: è un’appendice assolutamente inoffensiva, caratteristica delle Sfingi, una famiglia di farfalle, per lo più crepuscolari o notturne. Avevo incontrato così la bella Sfinge dell’euforbia (Hyles euphorbiae), la specie di lepidottero su cui, due anni dopo, scrissi una serie di appunti con le mie osservazioni spontanee ed ingenue, ma certo rigorosamente obiettive, documentate da disegnini a colori dei vari stadi: uovo, bruco, crisalide, farfalla. Quei primi scarabocchi entomologici, che oggi mi sarebbe caro rileggere, andarono smarriti durante i trasferimenti del periodo bellico. Già, erano quelli gli anni penosi della seconda guerra mondiale, e nel 1942, mentre Catania subiva continue incursioni aeree e bombardamenti, ci rifugiammo a Zafferana, come sfollati. Io frequentai la scuola del paese e divenni amico inseparabile di un compagno di classe, Angelo, il figlio dell’ufficiale sanitario. Con il mio entusiasmo riuscii a trasmettere all’amico la passione per le farfalle, cosicché in giugno ebbero inizio le nostre escursioni in cerca dei bruchi di Sfinge dell’euforbia, che continuavano ad esercitare su di me un fascino quasi magico. Il bottino veniva poi diviso in parti uguali e ognuno di noi intraprendeva separatamente gli allevamenti. Ogni mattina ci scambiavamo notizie e la schiusa di una farfalla veniva annunziata a gran voce, da un balcone all’altro.
L’osservazione assidua di alcuni cambiamenti di colore, visibili nella crisalide, mi permisero di stabilire con esattezza il giorno e spesso addirittura l’ora della schiusa.
Se oggi sono stato in grado di realizzare un documentario sul ciclo vitale della Sfinge, lo devo soprattutto all’esperienza acquisita da bambino.
Peccato che l’inquinamento e l’urbanizzazione abbiano ridotto a livelli molto bassi le popolazioni europee di questo insetto, un tempo comunissimo ovunque!



La famiglia Sphingidae, che conta più di mille specie diffuse in quasi tutto il mondo, presenta caratteristiche anatomiche molto interessanti.
Osservando, in un museo di zoologia, gli esemplari di una collezione, allineati nelle scatole entomologiche, con le ali distese, vien fatto di pensare a tanti modellini di aeroplani. Non esiste insetto che possieda una sagoma aerodinamica così perfetta: il corpo, con il torace massiccio e l’addome conico, progressivamente assottigliato verso la coda, ha la forma di una fusoliera che, in volo, offre minima resistenza all’aria; altrettanto può dirsi delle ali anteriori, strette e lunghe, tagliate obliquamente all’indietro e, per lo più, appuntite, mentre le posteriori sono piccole e arrotondate. Il torace, come in tutti gli insetti più evoluti, può essere paragonato a una scatola con pareti parzialmente elastiche che al momento opportuno vengono deformate dall’azione di una decina di muscoli preposti alla funzione del volo. Così l’energia motrice delle ali è fornita dalla muscolatura toracica, ma, trattandosi di animali a sangue freddo, il motore non può funzionare in maniera efficiente se non si scalda al punto giusto. Perciò, prima di staccarsi da terra, questi insetti devono far vibrare le ali con un tremito, tanto più prolungato, quanto più bassa è la temperatura ambiente. Il mio documentario illustra bene tale caratteristica, con la sequenza del decollo.
Sorprendente è anche l’alta frequenza dei battiti alari che producono un distinto ronzio: in un secondo se ne possono contare da una ventina a cinquanta ed oltre; ecco perché il nostro occhio non riesce a distinguere l’ala in movimento. Dunque le sfingi hanno tutte le carte in regola per meritare il titolo di campioni di velocità, capaci di compiere viaggi di migliaia di chilometri: vere e proprie migrazioni da un continente all’altro. Alcune specie partono dal Nord Africa e, sorvolando il Mediterraneo e le Alpi, senza fare scalo, raggiungono la Scandinavia; per lunghissimi tratti mantengono la velocità di crociera di 40-50 chilometri orari. Qualcuna è in grado di superare i 120 Km/h: un vero record!



La maggior parte di queste falene non hanno bisogno di posarsi per nutrirsi, ma riescono a mantenersi in volo, in un punto fisso, vibrando velocemente le ali, a una certa distanza dal fiore di cui possono suggere il liquido zuccherino grazie all’eccezionale lunghezza della proboscide (spiritromba). In sostanza si comportano come i colibrì, con i quali sono state talora confuse; infatti gli uccelli-mosca, forniti di becco lungo e sottile, e anch’essi floricoli, succhiano il nettare, sospesi in aria per tutto il tempo necessario. D’altronde, se le sfingi si posassero, il loro motore rischierebbe di raffreddarsi, e dopo stenterebbero a ripartire.
Molte specie hanno un ruolo importante, addirittura insostituibile, nell’impollinazione incrociata di fiori a corolla profonda. Famoso è l’esempio della sfinge Xantophan morgani, dotata di una proboscide tanto lunga da poter penetrare nella parte tubulare di una grande orchidea malgascia, il cui il nettare si trova alla profondità di circa 27 centimetri. Anche in altre sfingi esotiche (America tropicale) la spiritromba misura da 25 a 28 cm: quattro o cinque volte la lunghezza dell’intero corpo. L’esuberante organo, allo stato di riposo, è quasi completamente nascosto perché avvolto come una molla a spirale molto stretta.
A proposito dell’alleanza di queste farfalle con i fiori, esiste una convolvulacea indoaustraliana le cui corolle si aprono soltanto dopo essere state sventagliate da una sfinge che vibra le ali vicino ai boccioli; l’insetto allora può attingere la sua meritata razione di nettare. Alcuni fiori schiudono al tramonto e rimangono aperti durante le ore notturne, proprio quando le falene sono in grado di visitarli. Ricordo, ai tempi della mia infanzia, le sere d’estate trascorse a contemplare le sfingi dell’euforbia, sospese in volo davanti alle “belle di notte” sbocciate nel giardino del nonno. Con le antenne ricche di sensibilissimi recettori olfattivi, avvertivano il delicato profumo che si spandeva nell’aria e accorrevano dalla campagna circostante.
Non tutte le Sphingidae possiedono una spiritromba lunga. Tra i casi particolari figura la “Testa di morto”, o Atropo, la cui robusta proboscide, corta e appuntita, è capace di perforare gli opercoli dei favi, dove le api immagazzinano il miele.
Molte di loro si ammantano di tinte brune, in armonia con i colori della notte e con quelli delle foglie appassite o delle cortecce degli alberi su cui riposano: pertanto, quando sostano nel loro ambiente, risultano invisibili, o almeno non richiamano l’attenzione dei predatori.
Ma perché il nome “Sfinge”? I bruchi di alcune specie hanno l’abitudine di sollevare la parte anteriore del corpo, rimanendo immobili nell’atteggiamento che il famoso naturalista Réaumur (1683-1757) paragonò a quello della mitica Sfinge egiziana. Il nome, attribuito poi da Carlo Linneo all’intera famiglia, trae origine da questa somiglianza.

YOU TUBE: Enrico Stella - AUGURI 2018 – La magia della Sfinge
https://www.youtube.com/watch?v=OeTuqXs2Xuo&t=27s


FOTO © Enrico Stella

Dall'alto: Enrico Stella con due bruchi della Sfinge; Una sagoma aerodinamica perfetta; Uova di Sfinge dell’euforbia; Schiusa di un uovo

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Posted on 13 Dec 2017 by elettra
 
 
 
 
 

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