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SU YOU TUBE: “SUA MAESTA’ LO JASIO’”




- STORIA DI UN BRUCO COL DIADEMA REGALE -

di Enrico Stella


Ognuno di noi ha un suo modo di celebrare l’arrivo di un nuovo anno. Per me è invalsa la consuetudine di pubblicare su You Tube un video augurale di mio interesse, che possa affascinare il pubblico; così riesco ad appagare tre fra le mie grandi passioni: natura, cinema e musica. Sì, perché gli auguri 2020 li ho affidati a un lungo documentario entomologico (un’ora e mezza) con una colonna sonora di tutto rispetto: Mahler, Debussy, Rachmaninov, Tchaikovski, Liszt. Senza dire che ho realizzato un mio vecchio sogno: quando ero ragazzo avevo tanto desiderato di vedere al cinema un documentario (inesistente) sulla vita del mitico Jasio o Ninfa del corbezzolo (Charaxes jasius): una splendida farfalla mediterranea che allora ritenevo inavvicinabile.



Il mio primo incontro con la farfalla, a debita distanza, avvenne alla fine degli anni cinquanta, nella pineta di Ostia, allora assolutamente indenne dai ripetuti incendi che ne avrebbero divorato gran parte. Alla pineta del litorale romano è stata sempre associata una rigogliosa e pittoresca macchia mediterranea: lentischi, corbezzoli, erica, cisti, mirti, ginepri, lecci…
Ed è proprio il corbezzolo (Arbutus unedo) la pianta nutrice del bruco di jasio. Questo arbusto è noto con vari nomi: a Roma lo chiamano “cerasa marina” per i suoi frutti rossi, coperti di tubercoli, poco più grandi di una ciliegia.



Il mio documentario inizia con la pianta sulla quale ho raccolto le uova. Osservato attraverso l’obiettivo macro della videocamera, l’uovo mi appare come un’elegante sfera giallo ocracea, finemente cesellata con strie e rilievi longitudinali sulla parte apicale. Dopo appena una settimana, la parete diafana del guscio lascia trasparire già il piccolo bruco che gira su se stesso: è il momento di far partire la registrazione. Le mandibole minuscole, ma taglienti come cesoie, hanno cominciato a intaccare il guscio (“corion”), in corrispondenza del polo superiore, fino ad aprire uno squarcio sufficiente al passaggio della calotta cranica. Ed ecco il capo del neonato, che salta fuori come da una scatola a sorpresa: sembra disegnato da un estroso creatore di mostri da fantascienza; Carlo Rambaldi, papà di E.T. l’extraterrestre, avrebbe potuto trarne ispirazione! Non avevo mai incontrato un bruco fatto così: un buffo diavoletto con quattro corna rosse!



Il corpo giallognolo si disimpegna completamente, ma il piccolo, prima di avventurarsi sulla foglia levigata e sdrucciolevole, prende le sue precauzioni: muovendo il capo a destra e a sinistra, tesse una sottilissima trama di seta sulla quale potrà muoversi senza scivolare. Intanto, nel giro di pochi minuti, grazie a una quantità di aria inspirata, il corpo è aumentato di volume e la lunghezza delle corna, ancora elastiche, è cresciuta di almeno tre volte.
E’ giunto il momento della prima colazione e la mia videocamera continua a registrare: il guscio dell’uovo è un ottimo alimento e il neonato lo consuma fino all’ultima briciola.



A qualsiasi età ogni bruco di jasio elegge la propria dimora al centro di una foglia di corbezzolo, accuratamente tappezzata con bava sericea. Per non richiamare l’attenzione di predatori e parassiti, si muove con cautela solo per nutrirsi e per cambiare, di tanto in tanto, il giaciglio. Divenuto verde, come la clorofilla ingerita, si reca, preferibilmente di notte, su foglie distanti dalla propria cuccetta, per brucarle. Quando se ne presenti l’opportunità, ama sorbire goccioline di pioggia; la rugiada è il suo caffè del mattino...
Sui ramoscelli che percorre lascia un’invisibile pista di seta in modo che, al ritorno, questo “filo di Arianna” lo riconduca infallibilmente a casa.
Poiché la pelle (“cuticola”) che lo riveste è una guaina parzialmente rigida, il bruco per crescere deve compiere almeno quattro mute e abbandonare ogni volta l’abito vecchio. Ma nulla è sprecato: anche lo straccetto dismesso costituisce un pasto rifocillante!
All’ultimo stadio raggiunge il massimo splendore e la rispettabile lunghezza di cinque centimetri. I quattro cornetti ora sono verdi, orlati di rosso e giallo, e appaiono come un prezioso diadema regale.



Prima di spogliarsi della veste larvale e trasformarsi in crisalide, il bruco si sospende a capo in giù, fissandosi con gli uncini delle pseudozampe posteriori ad un rametto o ad una foglia sotto cui ha preparato un piccolo supporto di seta bianca. Qui assistiamo a un prodigio dell’istinto: la foglia, prima o poi, potrebbe cadere, e per l’insetto sarebbe la fine; il bruco sembra prevederlo e rinforza il picciolo, legandolo al rametto con un solidissimo strato di seta! Neanche il vento più impetuoso riuscirebbe a staccarlo.
Liberarsi della propria pelle in questa curiosa posizione, senza precipitare nel vuoto, è impresa che comporta una spericolata acrobazia, ma in tanti anni di osservazioni non ho mai assistito a uno spiacevole incidente!
Sospesa al supporto serico mediante un peduncolo posteriore (“cremaster”) armato di minutissimi uncini, la crisalide, verde e arrotondata, sembra un frutto acerbo. Sono sufficienti due o tre settimane perché l’alchimia della natura converta il suo “brodo proteico” in una stupenda farfalla. Con la telecamera sempre pronta e la sveglia al capezzale, ho colto tre schiuse ("sfarfallamenti”), la fase più spettacolare del documentario.
Jasio, con i suoi otto centimetri di apertura alare, è una delle più grandi farfalle diurne italiane ed è anche tra le “bellissime”: il suo abito di velluto bruno, con tenui riflessi verdi, bordato di arancione e di lunule azzurre, sembra uscito da un atelier d’alta moda; senza contare la fascia di uno splendido bianco argenteo della pagina alare esterna, che spicca tra arabeschi rossi e bruni. Eppure nel suo ambiente naturale, con il gioco di luci e ombre del sottobosco, questa sontuosa livrea risulta assolutamente mimetica.
In greco “charasso” significa “scolpisco” ed è chiara l’allusione alle ali posteriori preziosamente intagliate: ciascuna si prolunga in due codine, caratteristica peculiare di questo gruppo di lepidotteri; non per nulla i francesi e gli anglosassoni impiegano il nome di “Pascià a due code”.
I Charaxes sono lepidotteri propri della fauna indo-australiana e dell’Africa tropicale; fa eccezione il nostro jasius la cui distribuzione interessa la regione circummediterranea, e precisamente: Grecia, Dalmazia, Italia, Francia meridionale, Spagna, Portogallo, nonché il Nord Africa e la Siria. La presenza di questa farfalla è comunque strettamente legata all’areale del corbezzolo.
Data la distribuzione geografica delle altre specie di Charaxine, rimane assai dubbia l’origine remota del nostro jasio. E’ difficile stabilire attraverso quale via questo lepidottero sia giunto nelle nostre regioni. D’altronde non è del tutto da scartare l’ipotesi che esso sia originario proprio della zona mediterranea, dove condizioni climatiche favorevoli ne hanno consentito la sopravvivenza. Come osservava lo studioso Ubaldo Rocci in una nota pubblicata nel 1932, è certo che la farfalla jasio è divenuta specie esclusivamente meridionale che tende sempre più a localizzarsi verso il sud, mentre in altre epoche la sua area di distribuzione era probabilmente molto più estesa di quella attuale.
Non cercate lo jasio tra i fiori: i Carassi sono ghiotti di frutta dolce, meglio se in fermentazione. I fichi maturi sugli alberi, soprattutto quelli già beccati dagli uccelli, con la polpa scoperta, rappresentano una vera cuccagna. La proboscide, robusta e flessibile, è l’equivalente di una cannuccia per bibite e può insinuarsi in fessure minime, come quelle di un acino d’uva. La naturale predilezione per i succhi di frutta fermentata induce l’insetto ad apprezzare le nostre bevande alcoliche, come vino e birra. Della sua dieta può far parte occasionalmente anche il sudore umano, ricco di sali minerali, nonché altre sostanze di origine animale.
I maschi sono territoriali e battaglieri e dopo aver conquistato un posto al sole, su un ramo o su qualsiasi supporto, lo difendono con accanimento, inseguendo gli altri maschi e perfino grossi uccelli, come l’upupa.
E’ uno spettacolo indimenticabile quello offerto dalla femmina quando volteggia sui corbezzoli, prima di deporre le uova; ben le si addice il nome di “ninfa”, divinità danzante dei boschi. Ma a un tratto il suo volo si arresta: è soltanto la pausa di un attimo, e la danzatrice incolla su una foglia una minuscola sfera di un giallo luminoso. In quel globo che riflette la luce del sole è racchiusa una nuova vita: le cellule vi si moltiplicano freneticamente, tanto da dare origine, entro una settimana, al piccolo bruco dal diadema regale.

Enrico Stella – AUGURI 2020 – SUA MAESTA’ LO JASIO
www.youtube.com/watch?v=tOXeMNZSUm4&feature=youtu.be
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Posted on 19 Dec 2019 by elettra
 
 
 
 
 

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