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CINEPRESE E TELECAMERE A CACCIA DELL’APOLLO

- LA FARFALLA CHE INVENTO’ LA CINTURA DI CASTITA’-

di Enrico STELLA

Apollo, frutto dell’amore di Zeus e Latona, era il dio radioso della luce e dell’arte, della poesia e della musica; il monte Parnasso dell’antica Focide era sacro al giovane, avvenente dio e alle Muse che lo accompagnavano nei suoi concerti.



I nomi scientifici delle farfalle sono spesso rubati alla mitologia greca: così il famoso medico naturalista svedese Carl von Linné (Carlo Linneo), ideatore della nomenclatura binomiale nella classificazione degli esseri viventi, nel 1758 impose il nome di Parnassius apollo ad una delle più belle e ricercate farfalle europee, regina delle altitudini montane.
Oggi questo splendido lepidottero, appartenente alla famiglia Papilionidi e concupito da collezionisti di tutto il mondo, figura tra gli insetti protetti dalla CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione).
L’apertura alare degli esemplari più grandi può raggiungere gli otto centimetri; le ali anteriori sono bianche con alcune macchie nere e il bordo ialino, mentre quelle posteriori presentano due vistosi ocelli di un bel rosso acceso. Le lamine alari hanno superficie ruvida con squame di forma insolita, molto rade in alcune zone. Le variazioni nei disegni e nei colori sono tante e questo ha stimolato maggiormente il collezionismo. Alcune differenze sono legate al sesso: le femmine appaiono più diafane, con un’accentuata spolveratura di squamette nere. Esiste comunque un consistente numero di sottospecie, ufficialmente riconosciute.



Oggi molti entomologi, documentaristi, specialisti di cinematografia scientifica vanno a caccia dell’apollo, armati di cineprese e telecamere per catturare immagini nitide e preziose della sua vita all’aperto, mentre prende il sole e si nutre sui fiori delle radure montane (soprattutto cardi e altre composite), si accoppia e si riproduce. L’attuale tecnologia offre apparecchiature leggere, non ingombranti, dotate di obiettivi macro perfetti, che permettono di avvicinare questo tranquillo lepidottero, purché si evitino le giornate di vento. Il periodo migliore per le riprese della farfalla adulta è compreso tra giugno e agosto, ma se si deve realizzare un documentario completo, occorre muoversi anche in primavera, quando l’insetto è ancora allo stato di bruco e si nutre di piante succulente dei generi Sedum e Sempervivum.
Con un po’ di pazienza, verso la fine dell’estate, si può riuscire a documentare con la cinepresa la deposizione di singole uova. L’embrione si sviluppa rapidamente, ma l’arrivo del freddo in montagna induce la larva a rimanere protetta dal guscio dell’uovo durante l’inverno. Ruggero Verity, nella sua monumentale opera sulle farfalle diurne italiane, riferisce che il piccolo bruco può uscire all’aperto anzitempo e sopportare indenne perfino una temperatura di – 30°C. Il segreto di questa resistenza è presto spiegato. Gli automobilisti sanno bene che una temperatura al di sotto dello zero può provocare la formazione di ghiaccio nell’impianto di raffreddamento del loro veicolo, con disastrose rotture. E all’inizio dell’inverno si preoccupano di aggiungere all’acqua del radiatore un antigelo (o crioprotettore), come glicerolo o glicole etilenico, allo scopo di abbassarne il punto di congelamento. Anche gli insetti rischiano che nei loro tessuti si congelino i liquidi intracellulari, con conseguenze letali; così, al momento opportuno, l’efficientissimo laboratorio del loro organismo si mette a produrre glicerolo, consentendo una sicura ibernazione. Grazie a questa invenzione straordinaria, la piccola larva di Parnassius affronta l’inverno ad alte quote, mentre altre specie di lepidotteri sono riuscite addirittura a colonizzare le regioni più fredde e inospitali, come la tundra artica.



In primavera il bruco dell’apollo, la cui livrea è di un elegante nero vellutato con macchie arancioni, cerca il calore e il sole diretto, in ambiente asciutto: così possiamo trovarlo e filmarlo facilmente sulle pendici esposte a mezzogiorno.
La crisalide si distingue da quella di tanti altri Papilionidi per la forma arrotondata, priva di prominenze e asperità, e assomiglia molto alle pupe delle falene; il tegumento bruno è coperto da una secrezione cerosa impermeabile, che appare come una fine pruina biancastra, simile a quella delle prugne mature, destinata probabilmente a proteggerla da un’eccessiva umidità. Giace sul terreno (spesso sotto una pietra) avvolta tutt’al più da pochi fili di seta. Al momento della schiusa la farfalla è gialla perché le membrane alari lasciano trasparire il colore dell’emolinfa (cioè del sangue), per acquistare poi il definitivo candore.
Oltre che in Europa, Parnassius apollo vive in Asia centrale, mediamente tra i 1000 e i 1800 metri di quota, ma può trovarsi fino a circa 2500 m. In Italia è più frequente su tutta la catena alpina, mentre la situazione è critica sui rilievi appenninici. Già trent’anni fa Carlo Prola, noto autore di documentari cinematografici sui problemi della conservazione ambientale, aveva redatto, assieme al figlio naturalista Guido, il “Libro rosso delle farfalle italiane”, edito dal WWF. La scheda che riguarda la distribuzione dell’apollo sugli Appennini è allarmante: “Impianti turistici, sportivi e interventi dissennati di vario genere riducono l’habitat della specie. Ad esempio una delle colonie più ricche della Majella, che viveva sopra la stazione di Palena, è stata completamente distrutta nel 1981 per l’uso di erbicidi, durante i lavori di rimboschimento, che hanno eliminato tutto il Sedum, pianta nutrice del bruco. Così le popolazioni del Terminillo, del Gran Sasso, di Ovindoli, Campo di Giove e Roccaraso sono in grave e irreversibile declino”. Dalla scheda risulta anche che la sottospecie “siciliae” localizzata nelle Madonie è presa di mira, anno dopo anno, da orde di collezionisti che giungono sul posto da tutta Europa. Anche i rimboschimenti non necessari e la spontanea, incontrollata invasione di alberi e arbusti, là dove i pascoli montani vengono abbandonati, riducono drasticamente gli ambienti aperti, soleggiati, con prati in fiore, necessari alla sopravvivenza della farfalla.



Le femmine dei lepidotteri sono generalmente monogame, e questa loro “virtù” trova innanzitutto spiegazione nel fatto che esse possono conservare in un’ampollina (“spermateca”), annessa all’apparato riproduttore, il seme ricevuto da un unico maschio, per utilizzarlo al momento della deposizione delle uova.
Una particolarità veramente curiosa si osserva nelle femmine fecondate dell’apollo, come negli altri Parnassius. Queste presentano sull’orifizio genitale una sorta di lamella membranacea, derivante dalla solidificazione di una secrezione viscosa prodotta dal maschio durante l’accoppiamento. Alla lamella è stato dato il nome di “sphragis”, che significa “sigillo”: si ritiene infatti che, ostacolando ulteriori accoppiamenti, funzioni come le immaginarie cinture di castità del Medioevo!... Esistono molte forme di sigilli e la descrizione sarebbe lunga e complicata.



I parnassi non sono i soli insetti che pretendono assoluta fedeltà dalla propria femmina: lo sphragis esiste in varie specie di lepidotteri, mentre è noto un fenomeno che con questo ha strette analogie. Quando si accoppiano, i maschi di certe farfalle “Eliconidi” del Centro e Sud America impregnano l’addome della propria partner con una sostanza antiafrodisiaca, dall’odore persistente, che respingerà gli altri corteggiatori: anche questa può essere considerata una cintura di castità, non meccanica, ma chimica…
I maschi di alcuni ditteri, come la notissima mosca delle case, durante l’amplesso trasferiscono alle femmine una sostanza proteica che ne condizionerà il comportamento, inducendole a rifiutare ulteriori incontri sessuali.
Durante le mie ricerche all’Istituto Superiore di Sanità, ho osservato che quasi sempre le femmine di Musca domestica, già fecondate, scalciano con le zampe posteriori armate di piccole spine, tentando di disarcionare gli altri maschi che provano ad accoppiarsi. A lungo andare i poveri maschietti che ripetono questi vani tentativi mostrano le ali sfrangiate e spesso ridotte a due moncherini, incapaci di sostenerli in volo…
Esistono prove inconfutabili che in molti insetti un secondo accoppiamento non solo è inutile, ma disturberebbe la deposizione delle uova, risolvendosi in una perdita di tempo prezioso per i due sessi, con evidente danno per la specie. Così il provvidenziale Genio della Natura ha messo in atto una serie di meccanismi che, inducendo i maschi ad essere possessivi e le femmine fedeli, ne rende più sicura la procreazione.

Foto © Enrico Stella

Nelle foto dall'alto: Ocello delle ali posteriori, Squamette alari osservate al microscopio, Apollo in riposo, con ali chiuse, Bruco di Parnassius apollo, Apollo e il suo bruco in una stampa di fine Ottocento
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Posted on 18 Jun 2020 by elettra
 
 
 
 
 

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